giovedì 22 marzo 2012
La maxiperizia - 3) Lesione sul seno sinistro (ex 'morso')
"propongono una ricostruzione che ci appare inverosimile: "La persona che , con ogni verosimiglianza, si trovava a cavalcioni del corpo della Cesaroni, stante quest'ultimo supino sul pavimento l'uno di fronte all'altro, e con la testa leggermente ruotataverso destra su di un piano sagittale, ha inferto con energia una morso sul capezzolo sinistro della Cesaroni lasciandovi delle lesioni cutaneee provocate dai suoi denti" Sennonchè i denti che accreditano i Consulenti sarebbero quelli dell'arcata inferiore dell'autore. Ma ciò appare fisicamente impossibile ad un essere umano... bisognerebbe accreditare a costui capacità contorsionistiche del tutto particolari, in quanto il capo avrebbe dovuto letteralmente ruotare alla sua destra fino quasi a capovolgersi sul collo"
Poi:
"Tutte le spiegazioni lette e direttamente ascoltate per accreditare l'azione di un morso non convincono, anche perchè cozzano regolarmente contro la scarna ma precisa ed univoca descrizione del CTU il quale così si esprime: "l'impianto del capezzolo di sinistra, nel suo versante supero-mediale, appare interessato rispettivamente da 2 discontinuazioni tuttaffatto superficiali, contigue, linearmente disposte in continuità". Dunque anche a cercare, si parla di due piccole escoriazioni contigue e nulla più... Una conclusione del genere non è accettabile e la Letteratura scientifica è concorde, specialmente quella più moderna a partire dal 2005".
Per concludere:
"Infine, ci si potrebbe chiedere: ma se non è un morso, cosa potrebbe essere?... Potrebbe essere di tutto, visto che le piccole escoriazioni non figurate possono essere prodotte da un'infinità di cose per cui anche un'unghiatura per una strizzata al capezzolo tra pollice e indice, agendo sulla cute la sola unghia del pollice... E più in generale potrebbe trattarsi anche di escoriazioni causate da un'oggetto appuntito, magari lo stesso che ebbe a produrre l'escoriazione lineare alla base anteriore destra del collo».
La maxiperizia - 2) causa e mezzi che produssero la morte
Dopo un'analisi delle ferite, considerazioni sulla probabile arma del delitto:
"Concludendo, è possibile che si sia trattato di un tagliacarte da scrivania, oggetto acuminato, dai margini sufficientemente acuti ma non taglienti e facce ordinatamente piatte, con lame poco robuste, generalmente lunghe non meno di 10-12 cm e larghe circa 1 cm".
La maxiperizia - 1) Orario della morte
Orario della morte
Queste a grandi linee le considerazioni dei periti:
- una lunga trattazione su fenomeni mortali e post-mortali
- dai dati meteorologi del 7 agosto 1990
- analisi del contenuto gastrico considerato inattendibile ai fini della datazione della morte
- attendibilità delle dichiarazioni sulle telefonate pomeridiane che vedrebbero Simonetta ancora viva dopo le 17.45
- ulteriore lasso temporale per l'intera dinamica omicidiaria
concludono:
"A questo punto l'orario della morte si collocherebbe tra le 18 e le 19 circa di quel 7 agosto 1990.
Se appena un poco prima, se poco dopo, non si può precisarlo ove si ragioni in base alle comuni conoscenze scientifiche, oltretutto rapportate a quei pochi dai medico legali disponibili."
lunedì 19 marzo 2012
Le tracce di sangue di gruppo A
Uno in particolare ha fatto la differenza tra un verdetto di innocenza o di colpevolezza: l'annulamento come prova delle tracce di sangue di gruppo A trovate sulla scena del crimine (ricordiamo che sia la vittima che Busco hanno sangue di gruppo 0).
Partiamo dalla fine, da come tali tracce siano state minimizzate e ridotte al nulla nelle motivazioni della sentenza di primo grado:
"Circa quest'ultima traccia, la presenza di materiale maschile potrebbe ricondursi ad una sovrapposizione di fluidi biologici sangue/sudore, legata alla stessa azione tamponante esercitata per il prelevamento delle diverse striature ematiche, in un'area della porta contigua alla maniglia, il ché avrebbe comportato l'asportazione di tracce biologiche pregresse, indipendenti dall'omicidio... Ciò detto, a parere della Corte, le tracce ematiche di gruppo A sulla parte interna della porta e sulla tastiera del telefono devono ritenersi ininfluenti rispetto al compendio probatorio acquisito. Ed in particolare, sia per la traccia interna sulla porta (prelevata unendo insieme la traccia presente sulla porta e quella presente sulla maniglia), sia per la traccia sulla tastiera del telefono, non possono escludersi, ma anzi devono ritenersi probabili, fenomeni di contaminazione, trattandosi di oggetti naturalmente destinati ad essere toccati da altre persone".
Dunque 2 concetti smontano la traccia di sangue di gruppo A:
Punto 1: una possibile contaminazione con tracce pregresse su maniglia e tastiera per via del fatto che sono oggetti di uso comune
Punto 2: il fatto che il sangue sulla porta e sulla maniglia era stato unito e repertato in un'unica tamponatura e quindi, per il Punto 1, contaminato e inutilizzabile.
Partiamo dal punto2, presupposto del teorema che annullerebbe la validità della prova.
Perizie alla mano, non risulta vero.
E questo fatto è facile da dimostrare, tanto facile che è quasi incredibile di come sia potuto arrivare sin lì.
Queste le foto della tracce di sangue di gruppo A, tanto per rendersi conto di cosa stiamo parlando:

Ora partiamo a ritroso, perchè se la sentenza contiene questo teorema, è successo perchè qualcuno durante il dibattimento lo ha sostenuto.
La Pm Ilaria Calò, durante la requisitoria dice:
'Il campione di sangue, in effetti molto copioso sul lato interno, fu repertato con un unico pezzettino di cotone garza, sia sulla maniglia che sulla porta, il che ha contaminato l'analisi, perchè la maniglia è un oggetto che evidentemente viene toccato da tutti e quindi, a differenza della porta, recava tutte le tracce delle precedenti contaminazioni, quindi mischiare il reperto porta con il reperto maniglia ha sostanzialmente alterato gli esiti dell'analisi.'
Ma da chi viene sostenuta ancora prima questa questa tesi?
Leggiamo la deposizione del Maresciallo Ordinario Flora De Angelis (Polizia Giudiziaria del Tribunale di Roma) nell'udienza del 7 maggio 2010:
'Allora, quello rilevato all'interno era un campione falsato, dal fatto che all'epoca il prelievo venne fatto con un tassello imbevuto di acqua distillata e praticamente venne preso sia quello sulla porta che sulla maniglia, per cui non era più possibile... era alterato, era contaminato, non ...'

Leggiamo poi cosa dice in proposito il maggiore Pizzamiglio:
"Per quello che siamo riusciti a costruire con il Pubblico Ministero verosimilmente questo tamponcino è stato usato per pulire, vedete, tutte queste strisciate che ci sono sulla porta... quindi è molto verosimile supporre che questo tamponcino sia stato usato per pulire tutta quella superficie"

Verosimile?
Ora verifichiamo direttamente sulle perizie.
Dopo una prima perizia dei CCTT Pollo Poesio-Dallapiccola (1-10-1990) in cui si sostiene genericamente che la traccia è stata sottoposta ad analisi per il sistema sanguigno AB0 e ha dato esito positivo per il gruppo A (di cui documentiamo le conclusioni)

ne arriva un'altra sottoscritta dai CCTT Fiori-Pascali-Destro Bisol (3-4-1991) in cui si descrivono i reperti:

REPERTI DISTINTI (porta e maniglia) DUNQUE.
Queste le conclusioni di questa perizia:

Ma non è finita qui. Dopo un'altra perizia dei CCTT Fiori-Pascali-Cortese (28-4-1992) (di cui documentiamo le conclusioni)
e dei CCTT Dallapiccola-Spinella (1-6-1992) (di cui documentiamo le conclusioni)
nel 1999 una nuova perizia a firma Garofano-Lago ci descrive nuovamente i reperti da analizzare:

ANCORA UNA CONFERMA DI REPERTI DISTINTI (porta e maniglia).
Queste le conclusioni di quella perizia:

Nascono tante domande a fronte di queste conclusioni:
- è ancora disponibile il dna estratto da queste analisi? E' stato mai comparato poi con qualche dna di sospettati/indagati?
- perchè Garofano, perito dell'accusa e presente in aula, non ha parlato di questa sua analisi del 1999?
- e come mai non si è sentito in dovere di segnalare che i reperti erano distinti, nè in aula nè successivamente in una delle tante trasmissioni televisive che l'ha visto ospite o conduttore?
Domande che nessuno fa e a cui nessuno risponderà mai.
Così torniamo, impotenti e rassegnati, a leggere quelle righe della sentenza di primo grado:

Ed ecco come succede che un fatto NON VERO, ripetuto tante volte, diventati una VERITA'.
Passiamo ora al punto 1: una possibile contaminazione con tracce pregresse su maniglia e tastiera per via del fatto che sono oggetti di uso comune.
Questa la conlusione da parte del perito L. Garofano in relazione alla possibile contaminazione dei reperti:
"In tale quadro non può comunque escludersi che la limitatissima componente maschile rinvenuta su questo materiale possa ricondursi a tracce pregresse, già presenti sulla porta, ovvero una possibile contaminazione nel corso dei prelievi"
Leggiamo cosa dice a riguardo anche il Maggiore Pizzamiglio in uno stralcio dal senso un pò confuso:

E' difficile contestare un'opinione resa da periti così autorevoli, ma non è forse vero che questo dubbio sulla contaminazione con tracce pregresse è applicabile a qualsiasi caso di omicidio?
E poi bisognerebbe chiarire se i risultati delle analisi effettuate con il sistema di rilevazione AB0, con cui è stato rilevato sangue di gruppo A, funziona solo per il sangue o anche per il sudore.
Quando si legge sulla perizia 'sangue gruppo A' perchè dovrebbero riferirsi a tracce di sudore?
Viceversa il fatto davvero decisivo che ci fa credere alla validità di queste prove è che (come è stato riconosciuto dalla stessa accusa) anche su un telefono dell'ufficio vengono rinvenute tracce di sangue di gruppo A. Telefono che durante questi anni SPARISCE (ce lo conferma la stessa PM Ilaria Calò) e quindi non è più utilizzabile per le analisi più avanzate.
Pur riconoscendone la validità, l'accusa ribadisce il concetto usato per la maniglia: sul telefono erano state trovate tracce di sangue di tipo A, ma anche per il telefono vale il discorso che si tratta di un oggetto di uso comune e viene manipolato da un elevato numero di persone, per cui anche questi esiti delle analisi si possono considerare nulli.
In più di un'occasione si attesta la tesi accusatoria argomentando con un secco: "L'unico DNA presente sulla scena dell'omicidio appartiene all'imputato (reggiseno e corpetto)".
Perchè non si prende in considerazione anche questa prova macroscopica?
Secondo la ricostruzione dell'accusa, prima del ritrovamento del cadavere, in quell'appartamento entrarono solo 3 persone: la vittima, Raniero Busco e Petrino Vanacore. Tutti e 3 soggetti con gruppo sanguigno 0.
Di chi era allora il sangue di gruppo A maschile?
Gabriella Schiavon
venerdì 16 marzo 2012
venerdì 9 marzo 2012
Tracce di assassino
genetico quasi completo, che conduce all’assassino.
Sembra impossibile... eppure ...
La storia comincia il 27 agosto 1990.
Mirco Vanacore, ultimogenito di Pietrino, è a Roma da alcuni giorni. Ha raggiunto il fratello Mario
e la matrigna in via Poma, nella casa dei portieri. Serve unità nella famiglia sconvolta dal sospetto
che il padre rinchiuso nel carcere di Regina Celi, possa essere l’assassino di Simonetta Cesaroni.
C’è anche chi sospetta che loro stessi siano in qualche modo coinvolti nel delitto, o anche soltanto
consapevoli delle colpe del padre.
Mirco sicuramente non lo crede.
Spostandosi in ascensore sulla scala B nota su di un vetro interno due piccole macchie rossastre,
tutt’altro che invisibili, entrambe con uno sbaffo laterale.
Sembra decisamente sangue, e in quel palazzo è avvenuto un fatto di sangue.
Mirco avvisa immediatamente la matrigna che non esita – si noti, non esita – a chiamare l’avvocato De Vita, il difensore del marito, che a sua volta non esita ad informare la Questura.
Gli agenti si precipitano sul posto. Arriva anche Catalani.
Rimuovono il vetro ed ispezionano il vano ascensore fino al piano interrato, dove scorgono degli
stracci e altre tracce sul muro, sempre rossastre, sempre meritevoli di essere asportate.
Se quello fosse sangue, si avrebbe un indizio in più che l’assassino conosce molto bene i luoghi,
tanto da usare l’ascensore per portarsi in cantina, forse per servirsi di un luogo protetto dove
organizzare al meglio... “la fuga col fagotto”.
Si scopre lo stesso giorno che le cantine sono comunicanti fra scala B e scala F, che forse ci sono
percorsi alternativi all’uscita dalla porta della scala B.
Gli inquirenti, però, hanno un solo territoriale in mente, Pietrino Vanacore, e non si curano di
considerare la collaborazione dei famigliari nel rinvenimento delle tracce in ascensore, come un
elemento a favore della loro buona fede e quindi anche dell’indiziato.
Catalani ha fretta di avere risultati certi.
Il 3.9.90 incarica i prof. Arturo Pollo Poesio e Bruno Dallapiccola di analizzare i reperti sequestrati
nell’ascensore ma anche altre tracce fra cui quella di sangue sulla porta della stanza del delitto.
Catalani precisa:
“L’esame deve comprendere anche la caratterizzazione molecolare (analisi DNA), a condizione che detto esame sia ripetibile per ogni singolo reperto”
Il giudice non vuole rischiare di sprecare inutilmente e irrimediabilmente delle tracce organiche.
Deve tener conto che in quegli anni sono in via di perfezionamento le tecniche di analisi del DNA e
non si può escludere che li a poco siano possibili esami sempre più discriminanti.
Il 12.9.90, appena 9 giorni dopo l’incarico, i due consulenti forniscono per iscritto una prima
valutazione dei reperti.
Il sangue sulla porta sul lato interno è di gruppo A (saranno i primi a dirlo) ma, aggiungono i periti, non può procedersi oltre per non compromettere la ripetibilità dell’analisi, come aveva raccomandato il giudice.
E ora il vetro.
Le due tracce che per primo vide Mirco Vanacore sono di sangue umano e sono contrassegnate con i numeri 1 (quella nella parte inferiore del vetro) e 2 (quella superiore).


Tuttavia soltanto sulla n 2 vengono eseguite analisi di tipizzazione. Diranno in seguito i periti che sulla traccia n. 1 non era stata eseguita l’analisi del DNA (presumibilmente per non esaurire il campione).
Il ragionevole proposito di conservare campioni per future analisi, come richiesto da Catalani, e
la ovvia (ma ahimè sbagliata) deduzione che la traccia n. 1 provenisse dal medesimo soggetto,
conduce alla fatale decisione di preservare il contenuto di sangue della traccia n. 1.
Avessero saputo!
L’1.10.90 giunge la relazione conclusiva in cui si legge:
“La goccia di sangue prelevata dal vetro dell’ascensore (sappiamo essere la traccia n. 2) dopo raschiamento con bisturi (l’asportazione è dunque totale).....tale procedura ha permesso di recuperare 125 ng di DNA."
Più avanti:
“Il DNA estratto dal sangue della vittima e dalla traccia prelevata dal vetro dell’ascensore è stato analizzato per 7 polimorfismi ad elevato PIC (polymorphism information content) cioè un alto grado di variabilità interindividuale nella popolazione generale. Come tali sono particolarmente idonei alla caratterizzazione genotipica individuale”
Infine i periti concludono:
“La probabilità congiunta di aploidentità, cioè la probabilità che i due campioni appartengano ad una stesso soggetto, sulla base delle analisi effettuate è risultata di 99.53%"
Sperava altro Catalani.
Sperava che l’indicazione di un aggressore che si era ferito, tratto da quelle prime informazioni sul sangue della porta, fossero ribadite, e con maggior dettaglio, da analoghe risultanze sul vetro.
Invece no, era sangue della vittima, indiscutibilmente.
Catalani tenta ancora con altri consulenti di rinnovare le analisi del sangue sulla porta – incarico a
Fiori, Pascali e Destro-Bisol del 30.10.90 – raggiungendo risultati più dettagliati, ma non risolutivi.
Esplora ipotesi di commistione con il sangue di Simonetta, inseguendo nuovi sospettati – Federico Valle, senza successo.
Il vetro, che ora contiene una sola traccia – la n. 1 – (la n. 2 è stata completamente abrasa) e che gli inquirenti ritengono (erroneamente) appartenere della vittima, viene momentaneamente archiviato.
Passano 14 anni.
Un nuovo giudice sta esaminando con rinnovata passione le carte dell’inchiesta.
Si chiama Roberto Cavallone.
Parla con Claudio Cesaroni, pranza con lui, un anno prima che il papà di Simonetta torni da sua figlia.
Ma le carte sembrano dire tutto e niente e anche le perizie, ripetute più volte, criticate e
contraddette, fan venir voglia di ricominciare dall’inizio, di fare “tabula rasa”.
Ci si affida principalmente alla scienza che, si dice, ha fatto passi da gigante.
Si riprendono i vecchi reperti e se ne trovano di nuovi mai esaminati prima (corpetto e reggiseno).
Si decide di riesaminare anche il vetro.
Le analisi vengono affidate ad un collegio di periti: Garofano, Pizzamiglio, Moriani.
La traccia n. 2 non c’è più, constatano i periti, documentandolo con una fotografia.
La traccia n. 1 c’è ancora, parziale dicono i periti, ma dalla foto pare integra o comunque del tutto
somigliante a come era nel 1990.

Una prima relazione riepilogativa delle vecchie analisi sentenzia:
"Traccia n. 2 (vetro ascensore) gruppo sanguigno di fenotipo 0 e DNA di genotipo HLA DQ Alfa 4.4 oltre ad altri marcatori genetici che coincidono con quelli della vittima. "
Sarebbe stato meglio, per chiarezza, specificare anche la percentuale del 99,53%, ad evitare che qualcuno poi si confonda.
Magari un giornalista disattento, oppure un blogger, oppure... un Giudice.
Leggiamo le conclusioni contenute nelle Motivazioni della sentenza di corte d’assise di condanna di Raniero Busco:
“Le tracce di sangue presenti sul vetro dell’ascensore erano risultate essere effettivamente sangue appartenente al gruppo 0, corrispondente tanto a quello della vittima che a quello del Busco, e tipizzato con il genotipo Delta Q Alfa 4.4, anch’esso comune alla vittima e all’imputato."
E’ una deduzione completamente sbagliata delle conclusioni peritali del 1990. Oltretutto riferendo il solo dato parziale, il giudice allude ad una possibilità inesistente e cioè che il sangue possa appartenere allo stesso Raniero Busco.
Il sangue è indiscutibilmente della vittima!
Questo è il dato processuale, mai contestato e quindi assolutamente fuori discussione.
Cosa può aver indotto il giudice a travisare le risultanze peritali del 1990 e perché non fa cenno in
sentenza alle analisi sul vetro fatte dai RIS?
La perizia condotta da Garofano Pizzamiglio e Moriani e cioè quella in cui si narra abbondantemente degli esami su corpetto e reggiseno, dedica un breve spazio al vetro dell’ascensore, e neanche si cura di specificare che si tratta della traccia di sangue n. 1, quella che stava 30 cm. sotto la traccia di sangue n. 2 identificata nel 90 come appartenente a Simonetta Cesaroni.
I periti liquidano la traccia in quattro righe:
“un profilo genetico maschile ignoto e quindi non corrispondente ad alcuno degli individui oggetto della presente consulenza (forse la lista dei 31 nda) è invece emerso dalle tracce residue di natura ematica, ancora presenti sul vetro dell’ascensore."
L’informazione cruciale di un profilo genetico maschile rinvenuto sul medesimo reperto (vetro) in cui si è accertata la compresenza del sangue della vittima, viene sepolto fra migliaia di pagine che trattano di tutt’altro, con la sola notazione che il profilo non corrisponde a quello degli indagati.
Il 7 luglio 2010 durante l’udienza che si occupa per la prima volta delle prove scientifiche e la volta del maggiore Pizzamiglio.
Arriva il momento di parlare del reperto “vetro ascensore” di quelle due tracce di cui ne è rimasta una sola analizzabile.
“.. qui sui due ….due diversi punti, già analizzati dai precedenti reperti (intende
ovviamente “periti” n.d.a.) diciamo che nella zona contrassegnata dal numero 2, era stato
completamente asportato tutto, quindi abbiamo provato in vario modo ma non siamo riusciti ad ottenere materiale genetico, invece da quella piccola striscettina di sangue, che in gran parte era gia stata portata via (questo non risulta affatto n.d.a.), abbiamo ottenuto un profilo sempre anche qui del Dna umano.
Anche in questo caso ce ne era molto di meno, abbiamo ottenuto un profilo quasi completo, che ci portavano a un altro soggetto di sesso maschile ignoto, diverso da quello del tavolinetto."
Ed ecco le deduzioni del maggiore:
"A questo punto è nata una prima esigenza investigativa soprattutto per quel che riguardava il vetro sul ... il sangue sul vetro dell’ascensore, che sebbene fosse stato trovato qualche settimana dopo il rinvenime... il rinvenimento del cadavere, quindi non era contestuale quel ... quel ... quel rinvenimento appunto del ... della vittima."
Eppure definire 'non contestuale' una traccia di sangue adiacente ad un'altra traccia di sangue di Simonetta pare alquanto azzardato.
Sembra quasi che Pizzamiglio voglia dare ad intendere che poiché le tracce sono state scoperte
dopo il delitto e appartengono a soggetto ignoto, possano essere estranee all’omicidio di Simonetta.
Argomentazione che crollerebbe miseramente se solo si accennasse al fatto delle analisi del 90 sulla traccia n. 2.
Ma a Pizzamiglio non viene in mente, per cui prosegue raccontando dei tentativi infruttuosi di associare quella traccia ad alcuni dei sospettati e poi ad altri ancora che nel corso di diciotto mesi gli vengono sottoposti.
In un batter d’occhio si ritrova a parlare dei calzini e abbandona l’argomento vetro.
Per una buona ora si parla degli esami sugli indumenti della vittima, di alleli e loci che promettono bene.
Segue una pausa e alla ripresa Pizzamiglio inizia con un riassunto che lo porta a dire:
“...la maggior parte delle tracce ematiche rinvenute sul luogo del reato erano riferibili alla
vittima, compresa quella sul vetro dell’ascensore...”
Era ora.
Finalmente Pizzamiglio accenna al sangue di Simonetta che si trovava sul vetro, la traccia n. 2, ma come prima aveva parlato della traccia 1 ignorando la 2, ora parla della traccia 2 ignorando la 1.
Sembra quasi non si voglia far capire.
Pizzamiglio non dice altro sul tema e nessuno degli avvocati compreso Loria richiede chiarimenti.
Il reperto “vetro ascensore” torna in archivio, forse per sempre.
La traccia di sangue che ha condotto al profilo genetico di un uomo diverso da quelli confrontati
dai RIS (e sarebbe bene avere contezza precisa a quali e quanti profili fu fatto il confronto), di un
uomo che quasi sicuramente stava trasportando i vestiti imbrattati del sangue di Simonetta – traccia 2 – e del suo sangue – traccia 1 – rimane ignorata da tutti, e forse continuerà ad essere ignorata malgrado questo articolo.
Bruno Arnolfo
domenica 29 gennaio 2012
La stanza sbagliata
Sono passati quasi 22 anni, c’è stato un processo, c’è stata una condanna, eppure qualcosa non torna! Anzi più di qualcosa! Quel telefono, ad esempio! Tutti sembrano essere convinti che fosse posizionato nella stanza con la scrivania e il computer. Ma non è così!
Molto probabilmente il telefono macchiato con il sangue di Simonetta Cesaroni, forse commisto a quello del suo assassino era in una stanza diversa. Se davvero così fosse, come vedremo più avanti, cambierebbe di molto il punto di vista sui fatti inerenti il delitto.
Ora però facciamo un passo indietro. È il 24/02/2010, si sta svolgendo il processo per l’omicidio di via Poma e sul banco dei testimoni siede l’ispettore Ciro Solimene. A lui il pubblico ministero Ilaria Calò ha chiesto di descrivere lo stato dei luoghi al momento del sopralluogo la notte del 7 agosto 1990. Come da copione si inizia con la stanza dove venne rinvenuto il corpo di Simonetta. Poi Ilaria Calò chiede:
"PM: proseguiamo con la descrizione dell'ufficio successivo, ovvero quello in cui lavorava la vittima. Prego."
Prima di riportare la risposta di Solimene occorre prestare attenzione al complesso delle fotografie disponibili, per comprendere come in effetti fosse facile equivocare fra una stanza e un’altra, anche disponendo di una planimetria.
Al netto delle fotografie riferite a locali accessori (corridoio, bagno, locale fotocopie) e di quelle chiaramente appartenenti alla stanza del delitto, restano in tutto 7 fotografie, in teoria riferibili ai 3 locali rimasti: l’ufficio della Faustini (quello dopo la stanza di Carboni), l’ufficio della Sibilia (quello dopo la Faustini), l’ufficio della Berrettini usato anche dalla Cesaroni (quello dopo la Sibilia). Tre uffici in fila dunque, come si può notare nella planimetria qui sotto.

Dopo la foto n. 28 (l’ultima delle 22 fotografie scattate nell’ufficio di Carboni) inizia la sequenza che riguarda gli altri uffici aiag, ed abbiamo:
- la foto 29 della stanza n. 2 – Faustini – raffigurata nel suo insieme e di cui non seguono dettagli (questa stanza, presumibilmente scambiata per quella in cui lavorava Simonetta, sarà in seguito ripresa anche da un giornalista accompagnato dal poliziotto che si vede all’interno).

il gruppo di foto dal n. 30 al n. 34 chiaramente riferite alla stessa stanza (stesso pavimento e con dettagli sovrapponibili tra la foto in campo lungo – la 30 – e quelle di dettaglio 31, 32, 33 e 34) sono attendibilmente associabili alla stanza n. 3 per testimonianza della titolare Maria Luisa Sibilia). A lei furono in particolare mostrate le fotografie 31 e 32 che riconobbe come immagini del suo ufficio (il dettaglio del tagliacarte e della cintura).
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Una ulteriore riprova che quella era la stanza n. 3 posta di fronte all’ingresso, si ha dal riflesso che compare sulla finestra, in cui sono visibili i contorni della porta di ingresso e della serratura (elaborazioni immagini a cura del dr. Fell).

la foto n. 35 del computer sicuramente non appartenente alla stanza n. 3, in quanto lo scorcio di finestra visibile nella fotografia non ha riscontri con la foto n. 30 ove si scorge la finestra della stanza 3. Ne consegue che quel computer staziona in un locale diverso, quello appunto in cui lavora Simonetta, la stanza n. 4.

Riassumendo si può affermare quanto segue:
La stanza in cui risiede il telefono macchiato di sangue, diversamente da come si è sostenuto finora, non coincide con il luogo in cui è ubicato il computer in uso a Simonetta.
Ed ora la risposta di Ciro Solimene all’invito del PM di descrivere “l’ufficio in cui lavorava la vittima”
DICH. SOLIMENE: allora, l'ufficio sì. Praticamente... allora questo ufficio... vediamo un po'... allora in questo ufficio si osserva a distanza dalla parete destra una scrivania su cui poggiano carte varie, una sedia girevole e un tavolinetto su cui poggiano alcune carte, un tavolinetto vicino alla scrivania, alcune carte, una spillatrice e un tagliacarte metallico della lunghezza di centimetri 24, il cui manico è arrotondato con... e la con punta acuminata. Sulla spalliera della sedia girevole, poggia una cintura in tessuto color carne, presumibilmente io ho scritto, poi non so, da donna, presumibilmente.
PM: sì, sì.
DICH. SOLIMENE: a distanza dalla parete sinistra vi è una scrivania... una scrivania sulla quale poggiano pratiche varie, carte varie, eccetera e un telefono con citofono, il quale presenta la cornetta... la cornetta e su alcuni tasti, delle lievissime tracce rossastre, presumibilmente di sostanza ematica.
Secondo Solimene, e il PM conferma con il “si, si”, le due scrivanie sono parte dello stesso ambiente (giusto!) e quella in cui c’è il telefono con le tracce ematiche sarebbe la scrivania di Simonetta (sbagliato!)
L’equivoco si completa con la successiva richiesta del PM riguardo al computer.
PM: sì. Ecco passiamo poi ad esaminare il computer, che era sempre nella stanza in cui lavorava la vittima.
E evidente che il PM presuppone con quel “era sempre nella stanza” che la scrivania precedentemente descritta sia nella stessa stanza in cui stazione il computer, cosa non vera.
Un errore certamente non dovuto ad una momentanea distrazione. Infatti viene commesso anche da Cavallone, il procuratore da cui la dott. Calò ha ereditato l’inchiesta.
Ecco cosa dice il 20.10.2008 in sede di richiesta di riapertura delle indagini nei confronti di Vanacore Pietrino:

Prima ancora Pietro Catalani, il Pm che condusse l' inchiesta iniziale e che sulla questione scrivanie e telefono, così riferì in una nota al procuratore generale del 11.11.1992:

Forse l'origine dell'errore è ancora precedente, quando si confonde la stessa stanza (dove viene rinvenuta la cintura) con quella del computer. Il documento è un' informativa dell'ispettore Gobbi del 22-08-1990:

E’ stato accertato con sicurezza che l’ufficio di Simonetta era posto a sinistra della porta di ingresso. L’ufficio “di fronte” è quello della Sibilia, quello descritto in precedenza da Solimene e sappiamo che il telefono stava nella stanza di fronte all’ingresso (della Sibilia) assolutamente priva di computer.
Dunque abbiamo i titolari delle due inchieste che, seppur con sfumature diverse, affermano entrambi che la scrivania ove si trovava il telefono sporco di sangue, era occupata da Simonetta Cesaroni.
In apparenza, l’errore parrebbe privo di effetti pratici per i fini d’indagine. Infatti, non avendo ricavato dal contenuto di quella scrivania (le carte e gli oggetti che si trovano sul ripiano) elementi utili all’inchiesta, poco cambia se la scrivania non era quella della vittima, ma di un’altra impiegata.
A meno che…..
A meno che non vi sia una delle rimanenti impiegate degli ostelli a cui attribuire l’utilizzo della scrivania.
Ed è questa la sorprendente scoperta che si è fatta analizzando le fotografie e le testimonianze disponibili: nessuna delle impiegate che lavoravano in via Poma poteva occupare quella scrivania, essendo stata individuata per ciascuna di loro (in base a testimonianze ed altre evidenze) la propria postazione. Vedasi in proposito la ricostruzione che si propone nella planimetria precedente.
Ma allora chi occupava quella scrivania?
In via ipotetica si potrebbe pensare ad un uso, per cosi dire di appoggio, da parte della Sibilia, dimorante nella stessa stanza.
In tal caso, però, avremmo una disposizione di oggetti che suggeriscono un utilizzo a mo’ di deposito.
Al contrario abbiamo un telefono, un timbro, un barattolo con matite e oggettistica da ufficio, un posacenere con all'interno un mozzicone di sigaretta, pratiche ordinate sul lati. Il tutto disposto a raggiera rispetto alla sedia di un potenziale utilizzatore che si accomoda sul lato opposto.
Insomma, una postazione “viva” ed operante.
E allora vien da domandarsi se ci fosse qualche altra persona che poteva, anche solo saltuariamente recarsi in quegli uffici. Magari personale della sede nazionale o ex colleghi che ancora facevano visita agli uffici di via Poma.
Nulla al riguardo si è ricavato dalle carte, vecchie e nuove, dell’inchiesta sul delitto di via Poma. Anche le deposizioni processuali non offrono riscontri degni di nota.
E del resto la cosa non deve stupire. Avendo sempre ritenuto che quella fosse la scrivania di Simonetta, non vi era alcun motivo di porsi altre domande.
Le poche informazioni reperibili dalle carte provengono da domande fatte con altri scopi e che incidentalmente forniscono qualche spunto.
Si veda ad esempio uno scorcio di una deposizione della Faustini del 1996:
“Sapevo che Menicocci avrebbe dovuto istruire la Cesaroni inizialmente per renderla edotta dei meccanismi di inserimento delle varie voci di contabilità per consentire poi alla ragazza di proseguire il lavoro da sola. Devo anche aggiungere che oltre a Menicocci vi erano altri dipendenti della sede nazionale che erano a conoscenza dello stesso tipo di meccanismo ma non so se questa attività di istruzione fu svolta anche da qualche altro.”
Una indicazione, seppur sommaria, di altra gente che avrebbe potuto “dare una mano”
Non si è chiesto prima, ma si può chiedere ora.
Riempire quella scrivania non è, per chi indaga, un proposito fine a se stesso.
Su quella scrivania è passato l’assassino che ha lasciato il sangue (suo o di Simonetta o di entrambi) sul telefono, e ancora bisogna capire quale motivo poteva avere per sostare in quella stanza, quando la vittima stava in quella di Carboni, munita di telefono, e precedentemente nel suo ufficio sulla parte opposta, anch’essa con telefono (Simonetta lo usò per chiamare la Berrettini).
La questione non è affatto trascurabile e potrebbe persino dirimere fra due ipotesi opposte: quella del territoriale rispetto a quella di un esterno.
Infatti, se si pensa ad un esterno, e quindi a Raniero Busco, l’esigenza di telefonare sarebbe stata soddisfatta in uno dei due ambienti che egli aveva frequentato, entrambi muniti di telefono. Perché cercare altrove?
Ma se al contrario si pensa ad un territoriale, e quindi a persona che conosceva bene quelle stanze, l’ufficio della Sibilia poteva essergli così famigliare da indurlo istintivamente a farne uso, forse anche per sistemare il famoso tagliacarte.
Se non fosse stato per la sua imperizia di lasciare tracce di sangue sull’apparecchio telefonico, e per il fatale ricordo di Maria Luisa Sibilia sul tagliacarte che la mattina aveva cercato e non trovato, mai nessuno avrebbe pensato al suo ingresso in quella stanza che non c’entrava nulla.
Ma l’assassino di via Poma ha avuto una incredibile fortuna: tutti coloro che hanno indagato sul caso si sono confusi con le fotografie, assumendo che la scrivania col telefono sporco di sangue fosse quella usata da Simonetta.
Una scrivania quindi che non offriva alcun indizio.
Fino ad oggi.
Bruno Arnolfo



