mercoledì 26 febbraio 2014

L'incubo è finito!

Dopo cinque anni di passione, e a 20 anni da quel maledetto e terribile omicidio, la Cassazione mette la parola fine, almeno relativamente alla vicenda penale di Raniero Busco.

Ora ufficialmente Raniero è INNOCENTE, non ha commesso quel reato.

Ed è in questa sentenza che abbiamo tutti confidato per questi lunghi anni.

Anni di sofferenze, di persecuzioni, di rabbia per Raniero e Roberta e, indirettamente ma terribilmente, anche per i loro due figli.

Ora, che tutto è finito, auguriamo loro un bellissimo e sereno futuro, che li ricompensi di questi duri anni bui.


Un ultimo pensiero a Simonetta, a suo padre che è morto lottando per la verità, e a sua madre che su quella verità non ha ancora ricevuto risposte.


Gabriella Schiavon

giovedì 30 maggio 2013

Intervista all'Avv. Loria, difensore di Raniero Busco

Cosa ne pensa del ribaltamento delle sentenze di assoluzione degli ultimi casi di cronaca? E, secondo lei, ci sono i presupposti per una decisione simile anche per la sentenza Busco?

Avv. Loria:  Non so cosa pensare dei ribaltamenti di sentenza.
Non conosco i documenti processuali e so soltanto quello che si legge sui
giornali.
Non è molto, né certo, per esprimere un giudizio.



I periti di parte civile hanno lamentato una mancanza di contraddittorio nel processo di appello, pensa che questo possa incidere su una eventuale decisione in cassazione?

Avv. Loria:  Non è vero quanto affermato, i consulenti di parte civile sono stati
ampiamente ascoltati in Appello.
Abbiamo avuto anche il piacere di vedere il Garofano, consulente di Paola
Cesaroni, dopo essere stato consulente del P.M.
Comunque, ciò non inciderà nel giudizio di Cassazione. La opinione dei C.T. è
comunque merito, non diritto.



Sempre la parte civile ha presentato una relazione di psicologia forense. Può, secondo lei, avere una qualche rilevanza giuridica?


Avv. Loria:  Nessuna rilevanza! Una consulenza fatta 20 anni dopo la morte di una
persona, basata sui racconti di terzi.
Ridicola, e giustamente non ammessa dalla Corte.



Ritiene ci siano aspetti della sentenza di appello che al vaglio di legittimità risultino inattaccabili?

Avv. Loria:   Tutti gli aspetti della Sentenza, sono inattaccabili.
La Sentenza ha analizzato, finalmente, con il giusto equilibrio, le cosiddette
prove scientifiche.
Non esistono altre prove. E questo è merito.


Quali saranno i punti della memoria difensiva?

Avv. Loria:   La linea di difesa deve essere ancora delineata, e comunque non è il
caso di anticiparla…



intervista di Gabriella Schiavon, Benny Ferraro

giovedì 22 novembre 2012

La sentenza di appello di via Poma

La sentenza di via Poma - Testo

Sono lieto di pubblicare il testo della sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Roma che ha assolto Raniero Busco dall'accusa di aver ucciso Simonetta Cesaroni.

La sentenza è magistrale per il modo con cui il giudice estensore dr. De Cataldo, ha affrontato il caso con metodo scientifico ed è da manuale la parte in cui egli spiega come il giudice si deve porre di fronte alla prova scientifica che sta soppiantando lo sciagurato sistema della prova indiziaria.

Una decisione che dovrebbe fare storia nel nostro sistema giudiziario perché è ora di finirla con la cialtroneria e trombonaggine di troppi periti pronti anche a fare carte false per accontentare chi li paga e la malafede di investigatori che lottano non per la verità per solo per salvare la faccia

Edoardo Mori

giovedì 18 ottobre 2012

Accanimento ingiustificato e spreco di soldi pubblici.

Si poteva finire qui.
Si poteva accogliere la sensata sentenza d'Appello e chiudere i conti con un passato confuso e oscuro.
Si poteva riconoscere che ci si può sbagliare e che non era il caso di insistere specando ulteriori risorse economiche pubbliche. In un momento veramente triste della nostra storia, dove molte persone sono costrette a rovistare nella spazzatura per tirare avanti e molte altre presto seguiranno lo stesso destino.

Ma invece si è deciso di insistere, per salvare la faccia, per giustificare quel passato investigativo lungo e molto molto costoso.

Così non mollano e ricorrono in Cassazione.

Per chi? Non certo per la giustizia, visto che di giustizia non si tratta.

Per noi cittadini? Non credo proprio visto che la quasi totalità di persone, giornalisti, criminologi, avvocati si era chiaramente espressa a favore dell'innocenza di Raniero Busco.

Per Simonetta? Nemmeno per lei o per suo padre, che avrebbero sicuramente voluto vedere in galera il vero responsabile della sua crudele morte.

Allora per chi?

Eppure una Perizia super-partes si era espressa con toni fortemente chiari e convinti.
Super-partes significa, lo ricordiamo, disposta da un giudice con periti da lui nominati  e non al servizio pregiudiziale dell'accusa o della difesa.

E quindi eccoci, siamo di nuovo qui a lottare, informare, urlare lo sdegno verso una vicenda giudiziaria assurda, ingiusta, incredibile.

Gabriella Schiavon

Leggere a proposito l'ottimo articolo de 'La Repubblica':
 Quegli errori giudiziari che costano come una manovra

martedì 24 luglio 2012

Le pulizie

E’ stato, quello delle pulizie, un argomento molto discusso dagli appassionati del caso e, naturalmente, anche dagli inquirenti.
E’ tuttavia evidente che nel caso degli inquirenti, l’interpretazione di quelle pulizie ha sofferto pesantemente del pregiudizio formatosi nelle indagini.

Nel 1990, il convincimento che l’assassino fosse Vanacore indusse a ritenere, almeno nel primo mese di indagini, che le pulizie fossero funzionali al proposito di occultare il cadavere.

Pensare il contrario, e cioè che le pulizie avessero lo scopo di cancellare le tracce di sangue lasciate dall’assassino, stonava con il fatto che il portiere non presentava segni visibili di ferite alle mani o alle braccia (è immaginabile che il suo corpo fu ispezionato).

Quando invece nel 2007 comincia a delinearsi l’ipotesi Busco, l’interpretazione delle pulizie muta radicalmente: non più il preludio allo spostamento del cadavere (incompatibile con i propositi di un esterno) ma la mera necessità di eliminare le tracce di una ferita subita, e poiché al nuovo sospetto non si può concedere il tempo per lavori troppo lunghi, pure si ridimensiona l’entità del sangue che fluisce all’esterno (emotorace). Indagati diversi, lettura dei fatti diversa.

Inutile dire che il postulato andrebbe invertito.

Tuttavia non è detto che anche spogliandoci di ogni idea preconcetta, sia possibile dirimere la disputa fra chi sostiene che le pulizie ebbero uno scopo piuttosto che un altro.
L’ipotesi del trasferimento del cadavere può certamente suggerire che si cominci a togliere una parte del sangue, ma non si capisce per quale ragione dovesse essere necessario far sparire anzitutto una parte dei vestiti, lasciando altri fagotti per un tornata successiva (scarpe, ombrellino e borsa, oltre al corpo).

D’altro canto, se è vero che la priorità dell’assassino era far sparire le macchie del proprio sangue, e quindi anche gli indumenti usati per assorbire tali macchie, come ha fatto l’assassino a scordarsi le vistose tracce di sangue sulla porta?

In entrambe le ipotesi le incongruenze possono essere corrette attraverso varie congetture (ad esempio, poiché le tracce di sangue sulla porta più vistose erano sul lato interno, potevano essere rimaste nascoste dopo l’apertura della porta), ma ciò non fa altro che confermare come sia difficile ricavare dalla scena del crimine una interpretazione precisa e univoca.

A meno che, nel leggere la scena del crimine, non sia sfuggito qualcosa.
Forse, come disse la De Luca a Volponi, bisogna guardare un po’ meglio.

Proviamo quindi a riguardare quelle immagini del corpo di Simonetta e del pavimento circostante, seppur nei limiti di immagini sgranate tratte da filmati televisivi. Intanto si scorge subito che le pulizie non riguardano l’immediato perimetro del corpo inerme della vittima. Le due pozze di sangue visibili all’altezza del bacino e della spalla, prodotte dalle ferite al pube, al torace e al collo, non sono contenute da segni di tamponatura con stracci o altro.

Lungo tutto il tronco e gli arti, non si apprezza alcun segno del passaggio di uno straccio, tanto che in alcuni punti sono visibili alcune macchioline di sangue completamente integre.
Ma allora dov’è che si è pulito?
L’agente della scientifica Ciro Solimene lo spiega in aula:

“poi sul pavimento, andando verso l'ingresso sono delle lievissime, lievissime diciamo tracce di sostanza presumibilmente ematica, ma proprio lievissima, proprio una velatura proprio ecco.” 

Queste velature sono visibili anche nelle fotografie e cominciano ad una certa distanza dal corpo, in direzione dell’ingresso.
Perché si è pulito in quel punto e non altrove?
Perché c’era del sangue in quella zona?

L’esame delle fotografie mostra anche un’altra cosa.
Mentre la scrivania di Carboni, pur ingombra di oggetti e di fascicoli, appare sostanzialmente “a riposo” nel senso che non mostra segni di un uso recente, e ciò in sintonia con l’assenza del responsabile fin dal venerdì precedente, sul tavolo posto subito a destra dell’ingresso, sembra scorgersi una qualche attività.

Si nota infatti un raccoglitore (di quelli con gli anelli) aperto come fosse stato usato da poco per ricercare delle pratiche, e poco a fianco, a bordo del lato lungo del tavolo, una pila di fogli in posizione adatta alla lettura. In breve una disposizione che suggerisce una attività interrotta (forse di due persone, una seduta che legge e l’altra in piedi che maneggia il raccoglitore) che non dovrebbe confacersi ad un ufficio il cui titolare è andato in ferie da alcuni giorni. In ogni caso, anche volendo trascurare il lieve indizio descritto, restano quelle tracce di pulizia a suggerire la possibilità che l’aggressione possa essere avvenuta a ridosso della porta d’ingresso e non in fondo alla stanza.

Senonchè si presenta una forte obiezione a questa tesi: con assoluta certezza Simonetta fu accoltellata nella zona anteriore della stanza, a ridosso della scrivania di Carboni.
A provarlo le pozze di sangue perfettamente adiacenti alle colature provenienti dal pube e dalla zona alta del torace. In altre parole, le stilettate furono inferte nell’esatto punto in cui il corpo è stato rinvenuto.
Allora come si spiegano le velature di sangue che precedono il corpo in direzione della porta?

Soltanto pensando ad altre ferite precedentemente inflitte a Simonetta o subite dall’assassino e che causano la fuoriuscita di sangue.
Sangue che deve essere e che verrà rimosso.

Accadimenti che suggeriscono una buona spiegazione per quelle pulizie cosiddette “parziali”, e che invece meglio sarebbe chiamare “circoscritte”.

Intorno a questa sequenza “in due tempi” dell’aggressione, si dipana forse la spiegazione di altri misteri. Se, infatti, fu l’assassino il primo a ferirsi e perdere sangue, è presumibile che l’arma d’offesa fosse in mano alla vittima, come del resto ha ipotizzato il PM nel processo di 1^ grado (Carella, invece, sosteneva essere l’assassino ad impugnare il tagliacarte per indurre la vittima a spogliarsi). Quindi Simonetta che per dissuadere l’uomo dai suoi propositi, lo minaccia con un tagliacarte (trovato casualmente su un tavolo o una scrivania) e infine, messa alle strette e senza via di fuga (l’uomo si trova fra lei e la porta), lo colpisce ferendolo.

La vista del sangue e forse il dolore stesso, pare una causa molto più scatenante una reazione feroce, di quanto possa esserlo il semplice diniego ad un approccio sessuale.

Il sangue che chiama altro sangue.
Una reazione subitanea e violentissima, usando il braccio e la mano sfuggite alla ferita, che colpisce alla tempia destra Simonetta, che cade in una zona fra la porta d’ingresso e la scrivania.
Forse è qui che l’assassino sale a cavalcioni della vittima, le stringe il collo (ecchimosi), le fa sbattere la testa sul pavimento fino ad ucciderla.
Forse è in questa azione che il fermaglio si rompe in tre pezzi (questa circostanza del fermacapelli è forse l’indizio più evidente che la vittima è stata spogliata dopo essere uccisa, essendo improbabile che dopo essersi liberata di pantaloni e mutandine, ancora conservasse il mollettone per capelli).

Sul pavimento il corpo esamine di Simonetta, e il sangue dell’assassino che ancora sgorga dalla ferita. Per un attimo l’assassino deve pensare a se stesso, deve tamponare la ferita, e forse fa uso del giubbino di Simonetta, quello con le righine blu.
Non è dato sapere, e non serve sapere, se in seguito l’assassino sia prima corso in bagno a pulirsi e fasciarsi la ferita, a telefonare o altro ancora, o abbia da subito deciso di infierire ulteriormente sul corpo della vittima.

Certo è che quando decide di farlo, Simonetta deve già essere morta, altrimenti non si spiegherebbe che le suppellettili vicino al corpo (armadio sedie e scrivania) non fossero imbrattate di sangue come accadrebbe se nelle vicinanze fosse trafitto un corpo ancora in vita e con pressione sanguigna normale.

La donna che ha mostrato disprezzo per le sue attenzioni e che, persino, ha osato trafiggere il suo corpo, merita il medesimo trattamento non una, non dieci, ma 29 volte tanto.
Con la stessa arma che la donna ha usato contro di lui e che ora giace in terra, a portata di mano. Nel compiere il massacro l’odio si tramuta in piacere e svela la natura malata dell’individuo.

Prima di agire, il corpo viene spostato, forse anche girato o ruotato. Trascinato per i piedi più vicino al muro, denudato quanto basta perchè lo strazio sia completo. Il sangue della vittima defluisce lentamente, ma di questo l’assassino non si cura. Deve pulire l’altro sangue, il suo.

Deve scomparire qualsiasi straccio o indumento entrato in contatto con quel sangue. Corpetto e reggiseno possono essere risparmiati. Ecco dunque che la scena del crimine sembra parlare in modo più chiaro.
L’assassino è un uomo a cui Simonetta non avrebbe mai concesso nulla.
Uno a cui decide, e questa la scelta fatale, di opporre persino un’arma, pur di non farsi toccare.

Se la dinamica è questa, e vi sono buoni elementi per pensarlo, è anche possibile che l’assassino, nel decidere di denudare il corpo di Simonetta, abbia anche voluto guastarne l’immagine, come a dire che lei si era offerta senza ritegno, e quindi andava punita.
In un certo senso, ci è riuscito.

 Bruno Arnolfo

mercoledì 6 giugno 2012

L'odio errante serpeggia su Facebook

C'è gente che pretende di farsi gioco delle regole di convivenza democratica, che fa l'apologia della giustizia fai da te, che propone di fucilare i giudici, che offende chi la pensa diversamente; ed è questo il fatto grave, a prescindere dall'aver insultato un uomo riconosciuto innocente, dobbiamo far sì che diventi una questione che riguarda tutta la gente per bene.







Igor Patruno

mercoledì 30 maggio 2012

Delitto di Via Poma - Un'altra botta alla giustizia

Questo processo aggiunge un ulteriore tassello probatorio al devastante quadro della situazione del processo penale in Italia, in mano ad ignoranti ed incapaci.

La storia è nota e non sto a ripeterla. Le prime indagini del 1990 non portavano a nessuno risultato ed è rimarchevole solo per capire la facilità con cui i PM mettono in carcere sospettati innocenti; uno finisce in carcere perché ha sui pantaloni macchie di sangue delle proprie emorroidi, un altro rischia di finirci per le accuse di un informatore mitomane.

Sulla base dei nuovi entusiasmi per la prova scientifica, dal 2004 entrano in scena il RIS di Parma con il loro dirigente. È ormai ampiamente dimostrato che i PM hanno una fiducia fideistica nei laboratori della polizia e dei carabinieri, anche se, in tutti i casi importanti, essi hanno dimostrato di non avere una adeguata preparazione scientifica e indipedenza dai PM..
Vengono riesaminati indumenti e macchie e i consulenti del PM trovano che su di un indumento vi sono tracce di DNA riferibili al fidanzato della vittima, Raniero Busco.
Su di un capezzolo della vittima erano state rivenute dal perito settore delle escoriazioni ed il PM nomina una squadra di periti i quali concludono, come si aspettava il PM, che le escoriazioni erano sicuramente dovute ad un morso e che i segni corrispondevano ai denti del fidanzato.

Non si riusciva però a individuare un movente e quindi l’accusa ne ipotizzava uno qualsiasi; come dire “se lui l’ha ammazzata, come io so per certo, un movente doveva avercelo per forza”!
Non si riusciva a far quadrare le particolarità del caso, indicanti piuttosto un omicidio da raptus ricollegabile ad un tentativo di violenza sessuale, che non un fidanzato … e quindi si ignora questo aspetto! Mentre la logica, fin da Sherlock Holmes, dice che quando si ricostruisce un quadro probatorio tutti i tasselli del puzzle, aventi un peso probatorio, devono combaciare, i PM italiani seguono la regola che i tasselli non combacianti con le loro modeste idee, vanno ignorati! Logica rudimentale di chi è ancora attaccato all’idea che il sospettato deve essere incarcerato e maltrattato sperando che confessi.

Sulla base di questi elementi si giungeva al processo di primo grado in cui, nonostante serie consulenze che confutavano quelle del PM, il fidanzato veniva condannato a 24 anni con la stessa “leggerezza dell’essere” con cui si distribuiscono bruscolini. La giustizia neppure si lasciava cogliere dal dubbio che le consulenze dell’accusa potessero essere di parte o sommarie. Non disponeva nessuna perizia non di parte, ma però perdeva giorni e giorni a sentire i testimoni su circostanze del tutto trascurabili e irrilevanti, percepite dieci anni prima!!

Ora, forse sfugge ai più che mentre il perito nominato dal giudice deve giurare di adempiere fedelmente al proprio compito, il consulente del PM o della difesa non giura un bel nulla e quindi può sparare tutte le fesserie che vuole per accontentare chi lo ha incaricato.

È quindi già una cosa assurda che il nostro sistema consenta al GIP di rinviare a giudizio un imputato solo sulla base di una consulenza del PM contestata dalla difesa, ma è cosa che grida vendetta vedere che un Collegio accetta supinamente la consulenza del PM: questa, se non accettata della difesa, non ha alcun valore probatorio, neppure se firmata da generali o professori, e ha il valore della carta straccia.

Si giungeva così al processo di appello in Corte d’Assise in cui un Collegio all’altezza dei suoi compiti e del suo stipendio, nominava doverosamente dei periti di ufficio; e non si rivolgeva ai soliti palloni che imperversano in TV, ma nominava quanto di meglio abbiano ora in Italia. Primo fra tutti il dr. Corrado Cipolla D’Abruzzo che di morti ammazzati ne ha sezionati a migliaia.

La perizia ha portato alla luce un quadro desolante circa la superficialità con cui sono stati svolti in passato gli accertamenti scientifici.
L’Autopsia:
- L’ora della morte è stata stabilita senza fare accertamenti sulla temperatura corporea (il perito però accertò che il cadavere era freddo!), sull’andamento della temperatura ambientale e relative conseguenze sulla rigidità cadaverica; ci si è basati praticamente sul contenuto gastrico senza sapere quando la vittima aveva mangiato e che cosa aveva mangiato; nessuna indagine né sul cibo ingerito né su eventuali sostanze tossiche o stupefacenti fu eseguito. Quindi il momento della morte venne fissato con una precisione non consentita dai fatti e indirizzò il controllo degli alibi in una direzione sbagliata.
- Il perito rilevò e fotografò una escoriazione sul capezzolo con crosticina siero- ematica. La presenza della crosticina poteva far supporre che l’escoriazione fosse precedente alle lesioni mortali. Purtroppo la crosticina non venne prelevata e non venne compiuto alcun esame per stabilire se essa era anteriore o contemporanea alla morte. Esame che sarebbe stato doveroso.

L’esame del DNA
- La grande scoperta dei periti del PM nel 2010 fu che sul corpetto e reggiseno della vittima vi era il DNA del fidanzato. Un perito competente, oppure non di parte, avrebbe anche scritto quali erano le problematiche connesse ad un accertamento sul DNA dopo dieci anni e sui pericoli di inquinamento dei capi di vestiario. Invece la consulenza non spiegò che tutti gli abiti della vittima erano stati gettati in un unico sacco e che quindi era impossibile dire da dove venissero le tracce di DNA del fidanzato, che certamente frequentava la casa e il letto della vittima. Eppure nel 2010 i problemi di inquinamento del DNA erano ben noti anche ai profani: persino io ne avevo scritto già nel 2009.
- I periti odierni hanno stabilito invece che macchie di sangue rinvenute in più punti della scena del delitto appartengono a un maschio sconosciuto, fatto sfuggito ai precedenti consulenti del PM. Tutto è possibile, anche che uno dei poliziotti intervenuti subito dopo l’omicidio avesse le emorroidi come uno dei primi sospettati, ma non è concepibile che si indaghi su una circostanza non decisiva (la presenza del fidanzato) e si trascurino delle macchie di sangue.

La perizia odontoiatrica
Il poderoso collegio di consulenti messo assieme dall’accusa, basandosi non su calchi, ma solo su foto elaborate al computer, ha raggiunto la certezza che l’escoriazione sul capezzolo era stata provocata da un morso e che il morso era sicuramente stato prodotto dai denti del fidanzato!
Orbene, i periti di ufficio hanno dimostrato:
- che non può esistere un morso che preme un capezzolo e che incide solo la parte superiore, a meno di ritenere che l’autore del morso avesse la mascella senza denti oppure che avesse i denti superiori come quelli di un criceto;
- che un morso in quella posizione avrebbe comportato per l’assassino una posizione da contorsionista;
- che chili di dottrina medico legale e persino testi ufficiali della giustizia degli Stati Uniti, affermano che è impossibile ricavare prove certe comparando i segni di un morso con l’arcata dentaria di una persona (salvo forse il caso che abbia morsicato un pezzo di stucco da impronte!).
Quindi conclusioni sconclusionate che consentono legittimamente di chiedersi se questi periti, senz’altro ottimi esperti di otturazioni e dentiere, avessero mai letto un articolo di dottrina sul problema oppure, se li avevano letti, perché non li hanno citati. Ma questo è l’andazzo delle consulenze in Italia in cui si confondono le esigenze della giustizia con quelle dell'accusa.

In conclusione un processo basato su forzature e che non avrebbe dovuto superare neppure il vaglio del GIP.

Altro punto dolente della giustizia in Italia è che giudici e PM che fanno figure da cioccolatai non ammettono mai di avere sbagliato; se un perito gli distrugge l’accusa, è il perito, oppure sono i loro colleghi a non capire, ed essi insistono a dire di aver capito tutto, protestano in televisione, fanno ricorsi ridicoli in cassazione, insistono a sostenere l’insostenibile, tormentano con processi e spese persone che, in base alla prove reali, neppure avrebbero potuto essere indagate.

Quel che peggio è che i procuratori generali che dovrebbero gestire l'accusa in appello e che sono lì per tutelare i diritti dei cittadini, imputato compreso, hanno talmente paura delle critiche che nel 99% dei casi sono proni a sostenere l'appello del PM trombato in primo grado, anche contro l'evidenza delle cose. Ma come? Essi sono più anziani, più esperti, più maturi, più pagati di uno sbarbatello di PM ed hanno paura di dire che questo ha sbagliato tutto? Come è possibile che si preferisca insistere a sostenere un'accusa sballata contro una persona che si sa destinata ad essere assolta, invece di andare a cercare il vero colpevole? Totò avrebbe detto "siamo uomini o caporali?". Nel nostro sistema il procuratore generale può anche togliere le indagini ad un PM che faccia cavolate, ma nessuno ha mai avuto questo coraggio (è anche vero che il CSM ha subito censurato chi ci ha provato, in base al principio che un magistrato se è indipendente, ha il diritto di fare tutte le cazzate che vuole e di non pagare mai i danni).

Non dico che tutti gli assolti siano innocenti, ma se non vengano condannati è solo perché il PM non ha saputo condurre le indagini e farsi aiutare e consigliare da consulenti di rango; ma come può chiedere consiglio chi ritiene di essere infallibile e di capire tutto anche senza le prove, come un "mago di Napoli"?

Altro grave problema è quello della parte civile che in un paese civile non dovrebbe poter avere ingresso nel processo penale. La parte civile è il soggetto danneggiato da un reato, che nel processo penale chiede vendetta o soldi, o entrambe le cose, e che per tale motivo spende decine di migliaia di euro in avvocati e consulenti; soldi che non recupererà quasi mai perché anche l’imputato spende tutti si suoi soldi per difendersi!

Ma con quale diritto e con quale coraggio un parente di un morto può perseguitare un imputato solo perché il PM gli assicura che è lui il colpevole? Prima si deve accertare se una persona è colpevole e dopo si potrà discutere del danno da risarcire. Invece il nostro sistema è tale per cui la parte civile può avere tutto l’interesse a cercare di far condannare un innocente ricco piuttosto che il vero colpevole povero! E l’imputato si deve così difendere su due fronti, con buona pace del principio che lottare in due contro uno è sempre una cosa scorretta.
Sempre mi sorprende, infine, quanti pochi avvocati della parte civile abbiano la sensibilità di dire ai loro mandanti “guardate che le prove del PM stanno crollando, qui corriamo il rischio di far condannare un innocente e di non far scoprire il vero colpevole, meglio attendere l’esito del processo”.

(26 aprile 2012)

Sento ora che la Corte di Assise di Appello ha assolto il Busco. Ho scritto il mio articolo prima della sentenza perché il risultato del processo era, per un esperto, ovvio prima che cominciasse. Ma possibile che nessuno risponda almeno di danno erariale per tutti i soldi buttati per fare un processo inutile, salvo che per cercare di far salvare la faccia a qualcuno?

(27 aprile 2012)

Edoardo Mori

link all'articolo